Prémoderne mais actuel. L’utopie progressiste du don dans le monde de l’utilitarisme dominant

Une reprise de « L’Indice dei libri del mese », une excellente synthèse de ce qui s’est publié sur le don en Italie ces derniers temps. En italien...

Premoderno ma attuale

L’utopia progressiva del dono nel mondo dell’utilitarismo dominante

L’Indice dei libri del mese , gennaio 2010

All’inizio degli anni Novanta, Alfredo Salsano raccontava il disagio sentito dall’“antiutilitarista ‘storico’ – colui che per avventura si fosse accostato al Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali (MAUSS) nel corso degli anni ottanta” nel constatare la “sorprendente fortuna della tematica del dono”. Un disagio che oggi, probabilmente, l’antiutilitarista “storico” non avverte più, anche grazie all’opera di coloro che, come lo stesso Salsano, hanno contribuito in modo determinante a ravvivare la passione per – usiamo l’espressione di Guy Nicolas – la “faccia nascosta della modernità” (aprendo così al dono la porta dei dipartimenti di economia : nel settembre 2008, Luigino Bruni, Guglielmo Faldetta, Pier Luigi Porta e Stefano Zamagni organizzavano un proficuo convegno interdisciplinare sulle ambiguità e i paradossi del dono all’Università Milano-Bicocca). La passione per quel dono, cioè, che le scienze sociali avevano rivelato con l’entusiasmo di Marcel Mauss e poi ricoperto, direbbe Jacques T. Godbout (Quello che circola tra noi. Dare, ricevere, ricambiare, 391 pp., 22€, ed. orig. 2007, trad. dal francese di Paolo Gomarasca, Vita e Pensiero, Milano, 2008) con il “privilegio paradigmatico dell’interesse” – è sempre plausibile che un’azione apparentemente disinteressata sia in realtà interessata ; solo chi contesta il modello della scelta razionale deve fornire la prova –, di fronte al quale il dono è costretto a inchinarsi. La raccolta Il dono nel mondo dell’utile (131 pp. 13€, introduzione di Giulio Sapelli, Bollati Boringhieri, Torino, 2008) include gli articoli che Salsano scrisse con l’intenzione di proseguire in Italia il lavoro degli antiutilitaristi della Revue du MAUSS – Alain Caillé, Jacques Godbout, lo stesso Serge Latouche, per citare i più noti –, dei quali Bollati Boringhieri pubblicò alcuni contributi. Salsano recuperava per il dibattito la teoria polanyiana della pluralità delle forme dello scambio (reciprocità, redistribuzione, mercato) e la coniugava con il Saggio sul dono di Mauss, giungendo così, da un lato, a criticare l’utilizzo strumentale del dono, e cioè l’utilizzo della concezione strumentale del dono nelle scienze sociali, che per introdurre il dono nella modernità finiscono per cadere vittima del paradosso del free gift su cui hanno insistito in particolare Alvin Gouldner e Mary Douglas (il vero dono, nella modernità, è gratuito, non richiede restituzione ; poiché tuttavia, diceva Roy Harrod, there exists no such thing as a free lunch, allora il dono non esiste : e infatti in ogni dono c’è restituzione, almeno quella offerta dalla gratificazione che il donatore riceve dall’aver donato ; ma ciò che non è gratuito, nella società moderna, è strumentale, cosicché - come mostrava Derrida – il dono diviene figura dell’impossibile). Dall’altro, si faceva portatore del progetto politico di volgere la reciprocità “nel senso di una progressiva, limitata e, perché no, interessata sottrazione ai rapporti mercantili e redistributivi”, per “un ritorno del legame sociale alla ribalta della vita pubblica”.
È questo il progetto esplicito dei lavori di Caillé e degli animatori del MAUSS (da poco è stato aperto un cantiere permanente sul web, www.journaldumauss.net), come il già citato Godbout, che oggi invita a ripensare il dono alla luce della necessaria separazione, che buona parte delle teorie moderne sul dono stentano a riconoscere, tra ciò che circola e il senso di ciò che circola, per “osservare ciò che circola in modo non indipendente dal legame” sociale. Per denunciare il “modello unico”, quello della razionalità strumentale, “che tuttavia non elimina le radici dell’opposizione tra individualismo e olismo”, i due paradigmi cui Caillé ha affiancato un terzo, quello del dono. Paradigma – spiega Caillé in un saggio (il primo del volume L’interpretazione dello spirito del dono, a cura di Pierluigi Grasselli e Cristina Montesi, 237 pp. 25€, FrancoAngeli, Milano, 2008) che ricorda la sua Antropologia filosofica del dono (1998, Bollati Boringhieri) – non paradigmatico, poiché, a differenza degli altri due, non deduce “la pluridimensionalità dell’azione sociale a partire da un movente unico” ; paradigma di “un interazionismo generalizzato”, “dell’associazione e dell’alleanza”, che invitando (il dono stesso è un invito, direbbe Godbout) a non smembrare ciò che il dono unisce indissolubilmente, e cioè obbligo e libertà, interesse e disinteresse, chiarisce il senso dell’alternativa brutalmente posta da Mauss, “fidarsi interamente o diffidare interamente” : darsi in modo incondizionale, e porre le condizioni solo in un secondo tempo, quello nel quale diviene possibile uscire dal legame sociale se il partner sacrifica l’alleanza agli interessi strumentali.
È il dono, orizzontale o verticale che sia, quello che conduce allo stato di indebitamento positivo analizzato da Godbout nei rapporti di socialità primaria e quello agonistico, fatto tra i rivali che si fronteggiano in un ideale potlatch, quello che conduce all’alleanza e quello che invita alla guerra, a offrire la precondizione per l’opzione exit dello schema di Albert Hirschman, opportunamente richiamato dallo stesso Godbout : opzione di libertà concessa da un mercato nel quale si è consumata una rottura, quella tra produttore e utente, che mentre porta in trionfo la sovranità del consumatore riduce lo spazio del dono nelle società contemporanee. Nell’opporre così tenacemente il dono (l’opzione loyalty sulla quale Hirschman faticò a soffermarsi) alla libertà del mercato e ai diritti del welfare state (l’opzione voice, quella della politica), non staranno i “MAUSSquettaires” invocando implicitamente un ritorno alla socialità premoderna, con il rischio di annullare le forme di compresenza felice tra dono, redistribuzione e persino mercato, dalle quali si mostrava attratto lo stesso Mauss nelle conclusioni del suo saggio ? È il dubbio espresso in Culture del dono (a cura di Matteo Aria e Fabio Dei, 238 pp., 22€, Meltemi, Roma, 2008) da Fabio Dei, per il quale a conferire coerenza alle tante pratiche di dono – così già per Mauss, aggiunge Dei rimarcando la debolezza del concetto di hau, lo spirito della cosa donata (si veda l’accurata ricostruzione del dibattito a opera di Matteo Aria nello stesso volume) – è il contrasto con il modello al quale si oppone. Già ; ma è doveroso riconoscere che l’opera del MAUSS ha offerto, almeno a partire da uno dei suoi testi chiave, Lo spirito del dono di Godbout (in collaborazione con Caillé, 1992 ; Bollati Boringhieri, 20022), e continua a offrire una delle poche “utopie progressive” (per usare le parole di Roberto Burlando nel già citato L’interpretazione dello spirito del dono) che fa apparire possibile l’emancipazione, almeno a livello teorico, dal consumismo della società contemporanea.
Ciò non toglie che occorra, con sempre più urgenza e in un clima di apertura, forse anche maggiore di quella proposta nella prima parte del nuovo libro di Godbout, fare i conti con l’utilitarismo dominante, tanto più in un momento di “sorprendente fortuna della tematica del dono”. Ripensare il dono nell’economia e l’economia nel dono (si veda il saggio di Cristina Montesi in L’interpretazione dello spirito del dono) : è il tema dell’enciclica Caritas in Veritate (142 pp., 3€, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2009) nella quale Benedetto XVI rilegge la Populorum progressio di Paolo VI sullo “sviluppo umano integrale” per “orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione” (“non solo i tradizionali principi dell’etica sociale … non possono venire trascurati o attenuati, ma … nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica”, che ha bisogno “di leggi giuste e di forme di redistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono”). L’invito è tuttavia circoscritto a coloro che credono nella “verità” cristiana che la Chiesa affianca alla carità : davvero “senza verità … non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di interessi privati e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società” ? A leggere l’invito dell’utilitarista consequenzialista Peter Singer a donare per porre fine alla povertà (Salvare una vita si può. Agire ora per cancellare la povertà, 17€, 207 pp., Il Saggiatore, Milano, 2009), si direbbe di no. Letto insieme al precedente One World. L’etica della globalizzazione (2002, Einaudi 2003), The Life You Can Save appare un tentativo importante di prendere l’utilitarismo sul serio, come richiesto da Caillé. Demolendo progressivamente le buone ragioni per non donare, quasi a proseguire idealmente una sfida lanciata da Godbout, Singer finisce per porre il dono al centro di un progetto politico : la possibilità di affrontare la globalizzazione, ricorda, dipende dall’“espansione del cerchio”, “da come risponderemo eticamente all’idea che noi viviamo in un unico mondo”. Il dono può essere la risposta.

Mario Cedrini è dottore di ricerca in economia politica all’Università del Piemonte Orientale
mario.cedrini@eco.unipmn.it

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// Article publié le 13 janvier 2010 Pour citer cet article : Mario Cedrini, « Prémoderne mais actuel. L’utopie progressiste du don dans le monde de l’utilitarisme dominant », Revue du MAUSS permanente, 13 janvier 2010 [en ligne].
http://www.journaldumauss.net/./?Premoderne-mais-actuel-L-utopie
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