Verso un’economia politica stituzionalista

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L’ultimo numero della Revue du MAUSS (secondo trimestre 2007), la prestigiosa rivista francese di scienze sociali che, come è noto, richiama nel titolo il nome di Marcel Mauss, fondatore della scuola antropologica francese, e al contempo l’acronimo del proprio programma di ricerca (Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali), si apre con un manifesto, anzi con un quasi-manifesto (ad indicare la formulazione provvisoria, appena abbozzata, delle tesi sostenute), intitolato Verso un’economia politica istituzionalista. Esso sta riscuotendo in Francia, e anche fuori, un notevole successo, perché è stato sottoscritto e rilanciato da numerosi economisti. C’è stato anche un dibattito alla Tv francese nella celebre trasmissione “France culture” con il promotore del manifesto, Alain Caillé, infaticabile organizzatore culturale, oltre che direttore della rivista. L’interesse del manifesto nasce dal fatto che esso si rivolge a tutte le scuole e gli orientamenti che nelle discipline economiche si sentono a disagio nel lavorare con il paradigma standard, anche nella sua versione allargata. Non è un caso che tra i primi a sottoscrivere e a condividere il manifesto sono stati Olivier Favereau, co-fondatore ed animatore della cosiddetta Scuola dell’economia delle Convenzioni, Éric Brousseau, uno dei principali esponenti francesi ed europei della scuola neo-istituzionalista, e Robert Boyer, il fondatore e il portavoce più conosciuto della Scuola della Regolazione. Peraltro, il manifesto è nato occasionalmente da un viaggio in Cina di questi studiosi nell’aprile del 2005, dove un professore dell’Università di Pechino li ha esortati a mettere per i scritto i punti in comune delle loro rispettive posizioni. Lo stesso invito veniva loro rivolto nell’estate del 2006 in Indonesia da molti responsabili politici ed economici, i quali chiesero di trarre sul piano teorico tutti gli insegnamenti derivanti dal fallimento delle riforme imposte nel 1997 al loro paese dal FMI. Con il fallimento di quelle riforme in gioco era, infatti, il paradigma economico standard. Di qui la sfida che Caillé ritiene sia ormai tempo di lanciare agli economisti ortodossi richiamandosi ad un’economia politica istituzionalista, una denominazione sotto cui raccogliere tutti quegli economisti che non si riconoscono nel modello economico standard, perché lo considerano, sia pure da diversi punti di vista, ristretto e per certi versi eticamente e politicamente inadeguato, oltre che scientificamente non più difendibile. Due sono le proposizioni centrali dell’istituzionalismo che vale la pena di riassumere: 1) nessuna economia può funzionare senza un quadro istituzionale appropriato; 2) un’economia politica degna di questo nome non scinde mai l’analisi dei mercati dalla riflessione sul retroterra politico ed etico di una determinata economia. In altre parole, non si può analizzare prima il mercato o l’economia e poi individuare le istituzioni necessarie al loro buon funzionamento. In breve, le istituzioni contano, cioè non sono un lusso o qualcosa che si aggiunge ex post, a cose fatte. La politica allora è il luogo in cui occorre costruire un nesso virtuoso tra mercato/economia e norme giuridiche, tra etica e decisione/deliberazione. Deve essere lo sforzo di edificare una comunità morale e giusta. Ecco, dunque, la lezione generale che si può ricavare da questo manifesto: senza un’autentica comunità democratica niente sviluppo economico efficace. Ma se è vero che il primo postulato dell’economia politica istituzionalista è che le “istituzioni contano”, allora è evidente che il vero nodo da sciogliere, soprattutto per il nostro Mezzogiorno, è ancora una volta quello delle classi dirigenti.

Francesco Fistetti

Introduzione

Non appena si tratta di esporre i lineamenti generali di ciò a cui somiglia o potrebbe somigliare un approccio non standard e non ortodosso dell’economia, e di dedurne alcune conclusioni di politica economica, appare immediatamente che le differenze fra le diverse scuole economiche non standard sono molto meno importanti di ciò che hanno in comune. Qui si tenterà di chiarire, esplicitare e fissare le principali linee di convergenza che collegano i differenti approcci non standard dell’economia, senza sottovalutare i problemi teorici e concettuali che sussistono e che dovranno essere sùbito affrontati. L’ipotesi sottesa – che d’altronde è anche un programma di ricerca – è che solo sotto la bandiera di un’economia politica istituzionalista le diverse scuole di una scienza economica non standard hanno la possibilità di trovare e comprendere a pieno ciò che costituisce la loro potenziale unità. Si aggiunga che questo programma non standard non è visto come un’alternativa frontale alla scienza economica standard – in realtà, molti economisti ortodossi potrebbero essere d’accordo con numerose proposte che qui verranno avanzate -, ma piuttosto come l’abbozzo di una prospettiva generale necessaria alla corretta comprensione della maggior parte dei progressi analitici compiuti dalla scienza economica standard.

A. Princìpi generali

1. Economia politica versus scienza economica

Ci sono due modi principali di essere un economista e di praticare l’analisi economica. Il primo è stato, storicamente, quello dell’economia politica. Il secondo si presenta sotto l’etichetta della scienza economica. Riteniamo che convenga riconoscere al primo una priorità e una superiorità di principio sul secondo, il che è come dire che la scienza economica non deve essere pensata come una scienza meccanica o matematica (anche se le matematiche possono essere incaricate di giocare in essa un ruolo importante), ma come una disciplina che ha degli stretti legami con la scienza sociale generale e la filosofia morale e politica. Così intesa, l’economia politica appare come una branca della filosofia politica, la quale non è altro che la forma più generale della scienza sociale. E la scienza economica, interpretata correttamente, ha senso solo se vista come il momento analitico dell’economia politica.

2. Un istituzionalismo politico

Tutte le scuole non ortodosse in economia, o quasi, possono dirsi istituzionaliste, almeno se si intende l’istituzionalismo in un’accezione sufficientemente larga e non troppo determinata (quello che oggi va sotto il nome di neo-istituzionalismo essendo un segmento di questa vasta scuola istituzionalista). In maniera molto generale, ciò che sussiste oggi della grande tradizione e dell’ispirazione dell’economia politica classica si esprime nella forma di proposizioni istituzionaliste. L’alleanza tra economia politica e istituzionalismo è, dunque, del tutto naturale.

La proposizione centrale dell’istituzionalismo è che nessuna economia può funzionare in assenza di un quadro istituzionale adeguato. Le condizioni di un buon andamento dell’economia risiedono al contempo nell’esistenza di un sistema istituzionale generale chiaramente definito e nella dinamica d’insieme della società civile. O, detto in estrema sintesi, le istituzioni contano davvero, ed esse devono essere al servizio della vitalità e della creatività della società. Le differenze tra i diversi istituzionalismi discendono dai diversi modi di analizzare questo contesto istituzionale (a seconda che si ponga l’accento sulla cultura, sul diritto, sullo Stato, ecc.) e la sua origine (più o meno sincronica o diacronica, individuale o collettiva, ecc.). Un’economia politica istituzionalista (EPI) non scinde l’analisi dei mercati dalla riflessione sul retroterra politico ed etico di un’economia. Più precisamente, essa non crede che sia possibile analizzare: 1° dapprima il mercato o l’economia e 2° soltanto dopo, le istituzioni necessarie al loro buon funzionamento. Al contrario, crede che le istituzioni economiche sono strettamente intrecciate con le norme politiche, giuridiche, sociali ed etiche, e che devono essere tutte studiate e pensate nello stesso tempo. Il politico, inteso in modo diverso dalla politica o dalle politiche economiche, è il luogo o il momento in cui questo intreccio trova la sua forma.

3. Un istituzionalismo situato

Per questa ragione, i concetti teorici generali di un’economia politica istituzionalista, come le conclusioni pratiche che è possibile ricavarne, non possono essere meramente speculativi. Non potrebbero essere applicati indifferentemente in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza senza prendere in considerazione il contesto storico e sociale in cui un’economia specifica è incastrata. Se questi concetti sono necessariamente astratti, come tutti i concetti, tuttavia non sono mai ipostatizzati.

B. Princìpi teorici, tesi e risultati

Posizioni critique

4. Al di là del paradigma standard ed esteso

Tutte le scuole istituzionaliste sono critiche sia verso le ipotesi di base relative all’Homo oeconomicus (informazione perfetta, razionalità massimizzatrice parametrica ed egoista) che verso la teoria classica dell’equilibrio generale che afferma che la libera coordinazione tra tali agenti conduce spontaneamente e automaticamente a un optimum economico. E’ superfluo insistervi qui. Ciò che è possibile chiamare il paradigma standard esteso, che si appoggia massicciamente sulla teoria dei giochi e sull’idea di una razionalità strategica – id est che l’agente economico non calcola più tanto l’utilità che egli può trarre dal suo consumo di beni e servizi quanto quella che è suscettibile di ottenere dalla sua defezione o dalla sua cooperazione con altri agenti economici -, mostra che non è possibile raggiungere delle coordinazioni locali e degli equilibri sub-ottimali. Ma simili equilibri sono di fatto semplicemente tautologici. Un’economia politica istituzionalista presuppone che nessuna cooperazione praticabile e durevole può essere ottenuta e strutturata attraverso la sola razionalità strumentale, sia essa parametrica o strategica. Ogni coordinazione, per essere efficace, implica più o meno la condivisione di certi valori e l’esistenza di una regolazione politica.

5. Al di là della dicotomia Stato/mercato

Tutte le forme di istituzionalismo mettono l’accento sull’incompletezza e sugli scacchi inevitabili della regolazione affidata solo al mercato. Nessuna preconizza la sostituzione di un’economia statale con la regolazione mercantile pura, ma tutte riconoscono che lo Stato (inteso in un senso più o meno estensivo) deve giocare un ruolo. Ma ciò che importa è sfuggire all’idea che la relazione augurabile tra mercato e Stato sarebbe una relazione a somma zero, essendo lo Stato percepito come il solo rimedio autentico agli scacchi dello Stato. L’economia politica istituzionalista ritiene che, forse ancora più che le forme mercantili o statali di regolazione e di coordinazione, ciò che importa è la coordinazione sociale generale. Accanto allo Stato e al mercato, l’economia politica istituzionalista deve, dunque, anche pensare alla società stessa, qualunque cosa si intenda con questo termine: la società civile o associativa o, più in generale, ogni forma di insieme di relazioni sociali, locali, nazionali o sopranazionali.

Risultati

6. Tre modi di circolazione istituiti e non uno solo

Come è stato mostrato da Karl Polanyi ed altri, i beni e i servizi non circolano solo attraverso il sistema del mercato (e a fortiori non solo attraverso il mercato autoregolato), ma anche via redistribuzione, realizzata attraverso una forma o l’altra di vertice (oggi lo Stato) conformemente a un principio di centricità, e via reciprocità, conformemente a un principio di simmetria. La reciprocità è ciò che dà impulso a quello che Marcel Mauss, nel Saggio sul dono, chiama il triplice obbligo di donare, ricevere e ricambiare. Siccome nessuno di questi tre modi di circolazione può realmente esistere e funzionare da solo, siccome ognuno di essi mutua necessariamente alcune risorse dagli altri due (così come a sua volta ne cede loro), l’articolazione tra mercato, redistribuzione e reciprocità – sempre variabile in funzione dei diversi contesti storici, culturali e politici – non può formarsi naturalmente e spontaneamente. De essere istituita.

7. Non esiste alcun one best way sincronico in materia di istituzioni. La dipendenza in rapporto alla traiettoria (the path dependency)

In altri termini. Una delle conclusioni principali dell’economia politica istituzionalista è che non esiste alcun one best way economico, né un insieme unico di ricette o di montaggi tecnici suscettibili di essere applicati meccanicamente in ogni tempo e in ogni luogo, senza che sia necessario studiare in maniera dettagliata il contesto storico, sociale e geografico, o la dipendenza in rapporto alla traiettoria (path dependency) di un sistema economico specifico. Ecco ciò che pone l’economia politica istituzionalista in forte opposizione con il cosiddetto Washington Consensus – che crede che il mercato può e deve essere impiantato sempre e dappertutto come se si trattasse di una specie di macchina – tutte le volte che si decide di farlo e indipendentemente dal contesto politico ed istituzionale esistente.

8. Non esiste alcun on best way diacronico in materia di istituzioni. Sull’impermanenza di tutte le cose

Per le stesse ragioni, nessun edificio istituzionale, per quanto eccellente abbia potuto essere per un dato periodo storico, può durare in eterno. L’equilibrio tra scambio di mercato, redistribuzione e reciprocità deve evolvere perché l’equilibrio tra i diversi gruppi o classi sociali, tra le sfere del privato, del comune e del pubblico, come tra le sfere nazionale, infranazionale e sovranazionale, non può estare stabile.

9. Una teoria del cambiamento istituzionale. L’autonomia in rapporto alla traiettoria. Continuità e discontinuità

Pertanto, non bisognerebbe accreditare il presupposto funzionalista, totalmente erroneo, che tutte le istituzioni esistenti sono necessariamente adatte alla società particolare che esse al contempo esprimono e contribuiscono a modellare per la sola ed unica ragione che esistono. Una delle ricerche più urgenti da intraprendere dovra consentire di esplicitare i criteri suscettibili di determinare quale parte di un dato edificio istituzionale deve essere assolutamente conservato e quale parte deve essere risolutamente cambiato.

Programma di ricerca

10. Un’analisi multilivello

L’economia politica istituzionalista deve elaborare un’analisi pertinente per tutti i livelli di azione (micro, macro, meso, ecc.), a cominciare dai contratti bilaterali fino ai compromessi politici più larghi passando attraverso tutto lo spettro della costruzione di associazioni, dalle più private alle più pubbliche, dalla sfera individuale alla sfera collettiva e così di seguito.

11. Un’altra teoria dell’azione

Poiché non si appaga né della finzione classica dell’Homo oeconomicus - legata ad una concezione parametrica della razionalità – né della versione standard estesa – legata ad un concetto di razionalità strategica -, l’economia politica istituzionalista deve sviluppare una teoria specifica dell’azione sociale ed economica. E’ su questo terreno che probabilmente le differenze, e forse le divergenze, tra le differenti scuole istituzionaliste sono suscettibili di essere molto grandi. Ma il fatto stesso che esse difendano tutte una forma o l’altra di analisi multivello implica che l’economia politica istituzionalista non può fare affidamento su nessun individualismo o olismo metodologico semplice e standard. Essa deve considerare il soggetto dell’azione sociale come in grado di agire non solo in quanto individuo isolato e centrato su se stesso, ma anche come membro di una famiglia (e che agisce nel senso degli interessi della sua famiglia), di un gruppo di pari, di diverse organizzazioni e istituzioni o di numerose comunità sociali, politiche, culturali o religiose (e che agisce per loro conto), ecc. Più in generale, anche semplici attori economici non possono essere considerati puramente e semplicemente come dei calcolatori massimizzatori. Cercano anche di trovare un senso a ciò che fanno. E occorre prendere in considerazione questo senso e comprenderlo, almeno quanto la <> individuale.

C. Proposizioni normative

12. Prima di tutto costruire una comunità politica

La conclusione più generale che è possibile ricavare è che non si può avere un’efficienza economica durevole senza edificare una comunità politica ed etica durevole perché forte e viva. E non può esistere comunità politica durevole e viva che non condivida alcuni valori centrali e lo stesso senso di ciò che è giusto. Dunque, se non è una comunità morale.

13. Costruire una comunità democratica

Nessuna comunità politica moderna può essere edificata senza riferirsi a un ideale di democrazia. Il problema è, come tutti sanno, che esistono molteplici visioni e definizioni di democrazia in conflitto tra loro, spesso d’altronde in gran parte retoriche e ideologiche (in qualche modo una forma di omaggio del vizio alla virtù). La difficoltà principale in materia è probabilmente la seguente: là dove la democrazia non esiste realmente, qual è la priorità? Costruire prima la comunità politica, democratica o no, e solo dopo battersi per la sua democratizzazione? O tentare di edificare immediatamente la comunità politica come una comunità democratica nella speranza che la condivisione dell’ideale democratico sarà il miglior cemento della comunità politica? E’ impossibile entrare qui in questo dibattito immenso e complicato. Dal punto di vista dell’economia politica istituzionalista, basti dire, per cominciare, che la caratteristica di un regime e di una società democratica è che si preoccupano concretamente di dare potere (empower) al più gran numero possibile di persone e che danno prova di ciò aiutandole a sviluppare le loro capacità (capabilités).

14. Costruire una comunità morale e giusta

Nessuna comunità politica può essere edificata e durare se non condivide certi valori centrali, e non può essere viva se la maggioranza dei suoi membri non sono convinti – attraverso qualche forma di common knowledge e di certezza condivisa – che la stragrande maggioranza tra loro (e specialmente i leaders politici e culturali) li rispetti realmente. E’ la condivisione più o meno massiccia dei valori comuni a rendere più o meno forte il sentimento che regna la giustizia, un sentimento che è il cemento autentico della legittimità politica.

15. Generalizzare John Rawls

Se l’esistenza, la durata e la sostenibilità della comunità politica non sono considerate un fatto scontato, ma al contrario come qualcosa che deve essere prodotto e riprodotto, allora appare subito evidente che è necessario estendere la teoria della giustizia di John Rawls. Infatti, non basta dire che le diseguaglianze sono giuste solo nella misura in cui contribuiscono a migliorare la sorte dei più svantaggiati (anche se questo è un fatto sicuramente molto importante). Conviene aggiungere che le diseguaglianze sono sopportabili solo se non diventano eccessive al punto di far esplodere e mandare in pezzi la comunità morale e politica. La giustizia non deve essere definita soltanto dal punto di vista di chi sta in alto e che guarda in basso, ma anche nella direzione opposta. In altri termini, l’instaurazione di una comunità politica implica la lotta tanto contro la ricchezza privata eccessiva e illegittima quanto contro l’estrema povertà.

16. Generalizzare Montesquieu

Se la democrazia non è vista soltanto come un sistema politico e costituzionale, se la si pensa, in una maniera più generale, in rapporto con la dinamica di accrescimento del potere (empowerment) delle persone, allora non basta immaginare un sistema di divisione dei poteri e dei contro-poteri soltanto in seno al sistema politico (per quanto, d’altronde, ciò sia necessario), tra l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario (a cui bisognerebbe aggiungere il quarto potere, quello dei media). E’ del pari necessario un sistema di equilibrio dei poteri tra lo Stato, il mercato e la società, così come, dal punto di vista strettamente economico, tra lo scambio mercantile, la redistribuzione statale e la reciprocità sociale.

Conclusioni

17. Un approccio normativo e comparativo delle istituzioni

Una delle principali ambizioni dell’economia politica istituzionalista è di giungere a determinare il migliore ordinamento istituzionale per una data società in un dato momento. Poiché non esiste alcun on best way istituzionale, l’economia politica istituzionalista si oppone alle proposizioni teoriche universali e alle norme di politica astratte e universali enunciate dal paradigma standard (o dal paradigma standard esteso). Ma non si arrende nemmeno all’ipotesi inversa che (tutte) le istituzioni esistenti sono a priori le più adatte ai bisogni di una società. Essa si contrappone, dunque, al relativismo che tratta culture e società come se fossero essenze omogenee ed eterne, assolutamente ermetiche le une verso le altre e non suscettibili di cambiare. Come si è già detto, il problema è quello dei criteri che consentano di sfuggire sia all’universalismo che al relativismo astratti. E ciò può farlo solo un approccio normativo comparativo, né universalista né relativista.

18. Verso una teoria gradualista riformista-rivoluzionaria dell’evoluzione

Una delle conclusioni più importanti dell’economia politica istituzionalista è che coloro i quali intendono rimodellare le istituzioni esistenti devono in generale mostrarsi nello stesso tempo modesti e prudenti. Tenuto conto degli effetti compositi ed intrecciati di ogni cambiamento istituzionale, nessuno può essere certo del risultato finale. Se una riforma viene imposta per ragioni meramente ideologiche o retoriche (e a fortiori se essa viene imposta da un’istanza estranea), la cosa più probabile è che darà luogo a risultati opposti a quelli desiderati. Le riforme molto graduali sono allora più sicure di quelle brutali. Ciò sembrerebbe andare a favore di un riformismo molto timido. Ma non è questo il caso. Una buona riforma è quella che nessuno (nemmeno i suoi oppositori quando avranno vinto le elezioni successive) pensa più di abolire una volta che è stata realizzata. Ecco il criterio e la misura dello scarto tra le istituzioni esistenti e le istituzioni auspicabili: una riforma che avrebbe dovuto essere intrapresa da lungo tempo e che nessuno può più contestare non appena comincia ad essere attuata. Tali riforme – che possiamo chiamare riforme oscillanti (shifting reforms) – possono sembrare molto modeste, ma nondimeno possono avere enormi conseguenze. Tali riforme, per quanto timide, possono essere rivoluzionarie. Ma la situazione politica può essere tale che solo una rivoluzione, un cambiamento brutale di regime politico, consente di avviare delle riforme oscillanti.

Testo redatto da Alain Caillé e sottoscritto da Robert Boyer e Olivier Favereau, e da numerosi studiosi di diversa nazionalità

(Traduzione italiana di Francesco Fistetti)

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// Article publié le 26 gennaio 2008 Pour citer cet article : RDMP, « Verso un’economia politica stituzionalista », Revue du MAUSS permanente, 26 gennaio 2008 [en ligne].
http://www.journaldumauss.net/./?Verso-un-economia-politica-281
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